Sulla mozzarella che compri c'è scritto tutto: da dove viene il latte, dove è stata prodotta, cosa contiene, entro quando mangiarla. Per legge. Sull'intelligenza artificiale che magari già scrive, riassume o risponde al posto di qualcuno, finora, non c'era scritto niente. Dal 2 agosto 2026 cambia: diventa pienamente applicabile il grosso dell'AI Act, il regolamento europeo sull'intelligenza artificiale (Regolamento UE 2024/1689). E il cambiamento più visibile è proprio questo: l'AI deve avere l'etichetta.
Cosa scatta il 2 agosto, in concreto
Il regolamento è entrato in vigore a tappe: prima i divieti sui sistemi a rischio inaccettabile (febbraio 2025), poi le regole su governance e sanzioni (agosto 2025). Il 2 agosto 2026 arriva la parte che tocca tutti i giorni di tutti: gli obblighi di trasparenza (articolo 50). Tradotti dal legalese:
- I chatbot devono dichiararsi. Se stai scrivendo con un assistente automatico, devi poterlo capire subito — non intuirlo dalla velocità sospetta delle risposte.
- I contenuti generati vanno marcati. Testi, immagini, audio e video prodotti dall'AI devono essere riconoscibili come artificiali (per i sistemi già sul mercato c'è tempo fino al 2 dicembre 2026 per adeguare la marcatura).
- I deepfake vanno dichiarati. Contenuti generati o alterati che sembrano veri: obbligo di dirlo, con eccezioni per opere artistiche e satiriche.
- Chi usa riconoscimento delle emozioni o categorizzazione biometrica deve informare le persone esposte.
Le sanzioni non sono simboliche: fino a 15 milioni di euro o il 3% del fatturato mondiale, con soglie ridotte per le piccole imprese. E secondo le prime ricognizioni, mentre le grandi organizzazioni hanno già mappato i loro sistemi, molti piccoli studi e professionisti non sanno nemmeno quali AI stanno già usando.
Cosa c'entra con il tuo studio
C'entra due volte. La prima: se usi strumenti che generano contenuti — testi per i pazienti, risposte automatiche, referti assistiti — l'uso dell'AI va dichiarato, a meno che ci sia un controllo editoriale vero, con una persona che rivede e firma. La seconda, più importante: l'AI ormai è dentro i software che usi, a volte senza che nessuno te l'abbia detto. Il gestionale che "suggerisce", il servizio che "trascrive", l'app che "riassume". Ogni volta, i dati che l'AI tocca sono i tuoi — e spesso quelli dei tuoi pazienti.
Il punto: per il cibo pretendiamo l'etichetta da anni — provenienza, allevamento, cosa c'è dentro. L'AI Act porta la stessa logica sull'intelligenza artificiale. E per chi tratta dati di salute, leggere l'etichetta non è burocrazia: è parte del mestiere.
Le 5 domande da fare a chi ti vende un software con AI
L'etichetta dell'AI non è ancora stampata su nessuna confezione, ma le domande giuste esistono già. Chi ti vende uno strumento con intelligenza artificiale dovrebbe saperti rispondere, per iscritto, a queste:
- Quale modello AI usate, e di chi è? "È proprietario, non possiamo dirlo" non è una risposta: è un'etichetta bianca.
- Dove girano i miei dati quando l'AI li elabora? Su che server, in che Paese, dentro o fuori l'Unione Europea.
- I miei dati (e quelli dei miei pazienti) vengono usati per addestrare qualcosa? Sì o no. Se la risposta comincia con "dipende", insisti.
- L'AI può fare qualcosa da sola, senza che io confermi? Inviare, modificare, cancellare. E come faccio a distinguere, dopo, cosa ha scritto lei da cosa ho scritto io?
- Cosa dichiara ai miei pazienti? Se una parte della comunicazione è generata, chi lo dice, dove, come.
Sono le stesse domande che gli Ordini professionali fanno a noi quando valutano una convenzione — ed è giusto così. Chi costruisce con l'AI in modo pulito, a queste domande risponde volentieri. Chi si offende quando gliele fai, invece, un'informazione te l'ha già data.
La nostra etichetta, già compilata
E allora rispondiamo noi per primi, qui, in pubblico:
- Quale modello? Mistral, intelligenza artificiale europea. Sappiamo cosa c'è dentro il motore, e te lo diciamo.
- Dove girano i dati? Server in Europa, GDPR by-design. Nessun dato ai provider AI americani, in nessuna fase.
- Training? I tuoi dati, e quelli dei tuoi pazienti, non addestrano nessun modello. Mai.
- Autonomia? Zero. L'AI ti mostra l'anteprima esatta di quello che sta per fare e aspetta la tua conferma; ogni azione resta tracciata. E non fa diagnosi: il giudizio clinico è tuo e basta.
- Coi pazienti? Nessuna comunicazione automatica: niente parte senza che tu l'abbia vista e approvata. Anche un esame caricato passa dalla tua revisione prima di entrare in cartella. E le risposte più su misura l'AI le costruisce sul materiale che carichi tu — sa quello che le dai, non quello che pesca chissà dove.
Questo è lo standard di trasparenza che l'AI Act chiede dal 2 agosto. Noi non abbiamo dovuto rincorrerlo: è il modo in cui Satiswork è costruito dal primo giorno.
Diffidare di chi non mostra l'etichetta
Nei prossimi mesi vedrai la parola "AI" su qualsiasi cosa, perché vende. Il consiglio è lo stesso che vale al supermercato: se il prodotto non ha l'etichetta, non è un buon segno. La provenienza del modello, il viaggio dei dati, il perimetro di ciò che l'AI può fare da sola: sono informazioni che chi lavora con i dati di salute ha il diritto — e dal 2 agosto, sempre più spesso l'obbligo — di conoscere. Sul nostro approccio all'AI e alla sicurezza dei dati trovi tutto, nero su bianco, nella pagina sicurezza.
Vuoi vedere com'è fatta un'AI con l'etichetta?
Quindici minuti, niente slide, niente vendite. Ti mostriamo esattamente cosa fa l'AI di Satiswork, cosa non fa, e chi comanda (spoiler: tu).
Niente carta di credito. Niente rinnovi automatici.