Il commercialista te lo dice in tre secondi — "tu vai in forfettario" — e tu annuisci senza sapere bene a cosa. È il regime fiscale con cui parte quasi ogni psicologo, fisioterapista, logopedista o nutrizionista che apre la Partita IVA per la prima volta. Vale la pena capirlo, perché è quello che decide quanto ti resta in tasca. Senza laurea in economia: le regole vere sono quattro.
Chi ci può stare (e fino a quando)
Il forfettario è pensato per chi guadagna poco all'inizio: ci puoi stare finché incassi fino a 85.000 euro l'anno. Sopra questa soglia si esce — dall'anno successivo se sfori di poco, subito nello stesso anno se superi i 100.000. Per un professionista che parte, il tetto è più lontano di quanto sembri: l'importante è sapere che c'è, e che si ragiona su quello che incassi davvero, non su quello che fatturi e aspetti ancora.
Come si calcolano le tasse (la parte che conta)
Qui c'è il trucco che spiazza tutti la prima volta: nel forfettario non paghi le tasse su tutto quello che incassi. Lo Stato dà per scontato che una parte se ne vada in spese e non la tassa. Per le professioni intellettuali il conto è fisso: si considera reddito il 78% dei compensi, il resto è dedotto a forfait — da qui il nome. Su quel 78% si applica un'unica imposta sostitutiva, che si mangia in un colpo IRPEF e addizionali.
E qui la notizia bella per chi comincia: per le nuove attività l'imposta è al 5% per i primi cinque anni, poi sale al 15%. Cinque anni al 5% sono il vero regalo del regime — a patto di rispettare le condizioni (non aver già fatto la stessa professione da dipendente mascherato, non essere la semplice prosecuzione di un lavoro precedente). Prima ancora, dal reddito si scalano i contributi versati alla cassa: pagarli abbassa le tasse, non è solo un'uscita.
Cosa cambia nella fattura
La fattura del forfettario è la più semplice che esista: niente IVA da aggiungere e niente ritenuta d'acconto da trattenere. In cambio, sopra i 77,47 euro va applicata una marca da bollo da 2 euro — la si mette in fattura e la paga il cliente. È l'unico orpello, e vale la pena metterlo in automatico per non sbagliarlo mai.
Attenzione a un incrocio che riguarda solo la sanità: i forfettari oggi emettono fattura elettronica come tutti, ma verso i pazienti no. Per le prestazioni sanitarie alle persone fisiche la e-fattura è vietata, a tutela della privacy di chi si cura: al paziente si fa la fattura in carta o PDF, l'elettronica resta solo verso aziende ed enti. Doppio binario, per sempre.
Il conto che nessuno ti fa il primo anno: l'imposta del forfettario non si paga a fine mese come una bolletta, ma l'anno dopo, tutta insieme, con saldo e primo acconto sommati. Aggiungi i contributi della cassa, che seguono la stessa logica, e il secondo anno può sembrare una stangata mentre è solo il conto del primo che arriva in ritardo. La difesa è banale e infallibile: metti da parte una quota fissa di ogni incasso dal giorno uno, su un conto che non tocchi.
Poco da pagare, ancora meno da amministrare
Il forfettario ti toglie l'IVA, la ritenuta, gran parte della contabilità. Ti lascia comunque il mestiere di tenere in ordine incassi, fatture ai pazienti, promemoria e l'invio delle spese al Sistema TS a fine anno — le cose che un gestionale fatto per la sanità fa al posto tuo. È il motivo per cui per le nuove Partite IVA il primo anno di Satiswork è gratuito: l'anno in cui i soldi sono pochi è lo stesso in cui gli adempimenti sono tutti nuovi.
Le tasse le calcola il commercialista. Il resto, Satiswork.
Fatture ai pazienti a norma, marca da bollo in automatico, agenda e Sistema TS in un unico spazio. Per le nuove P.IVA il primo anno è gratuito — e vederlo in azione richiede quindici minuti: niente slide, niente vendite.
Niente carta di credito. Niente rinnovi automatici.